GANZFELD

25 settembre 2006

Io la vedo così:

da freddynietzsche.com:

Un uomo che vive a letto, paralizzato, senza speranza di tornare a una vita indipendente e capace di un livello di felicità che lui possa considerare dignitoso e soddisfacente, chiede al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che si riapra il dibattito sull’eutanasia. Napolitano acconsente e stimola il parlamento a farlo.
Pronti. Via.
Inizierà una fase in cui si dibatterà sul tema, forse ancora più violentemente di quando non si affrontò la fecondazione. Arriverà una pioggia di fuffa e il Foglio (che stimo e leggo per come è fatto, senza condividere nessuna crociata del direttore) diventerà il bollettino del salvataggio militante della vita, con tanto di intervista ai genitori di Terry Schiavo eccetera eccetera; ci saranno i preti, ci sarà il papa, ci saranno politici e soubrettine con la croce che pende in mezzo alle tette giganti, tutti allarmati in difesa del dono dell’esistenza, e useranno espressioni come “la gioia di un sorriso”; probabilmente una certa parte del dibattito, ai margini del panico sollevato al centro dei media, si soffermerà su concetti astratti, filosofici, altissimi, cosa sia vita e cosa sia morte, come si definisca la volontà di chi è già stato colpito dal male, cosa significhi il dolore: un calderone senza soluzione plausibile, perfetto per far passare la voglia; probabilmente a un certo punto della questione si estrarrà dal cilindro la carta del bambino innocente e si intervisteranno mamme di piccoli leucemici.
Insomma, il dibattito, che è assolutamente lecito e anzi obbligatorio, non sarà su come inserire questa possibilità in una norma seria, realistica e rispettosa delle componenti della società: sarà sì contro no. L’argomento è delicato e nessun mezzo è escluso, quindi si toccheranno le sensibilità di tutti con il vigore del cingolato.
Ma non siamo un paese retrogrado come a volte può sembrare, almeno non su queste cose che toccano la vita di tutti. Saranno meno, ma ci saranno, anche quelli che parleranno dell’assoluta incurabilità di alcune malattie, della piena disponibilità di sé come diritto inalienabile, e anche di particolari delicatissimi che cozzano con quel mostro ideologico detto buon gusto: la malattia vissuta come condanna lenta e inesorabile, l’umiliazione costante, i lamenti e le lacrime, il dolore e la terapia del dolore, l’incoscienza farmacologica e patologica, l’impotenza assoluta di chi è e di chi assiste.
Chi ha visto morire qualcuno con enormi e inutili sofferenze, chi ha a cuore l’argomento, si prepari al peggio. Sarà difficile vincere il desiderio di tirarsi indietro e lasciare che il canile mediatico se la sbrighi da solo.
Ma se anche a voi la causa pare giusta e meritevole, vediamo di esserci nonostante tutto.

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